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Frullini notturni - Mirella Brugnerotto
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LA RIVOLTA DELLE COSE

Mirella Brugnerotto

Vi è un aspetto nel rapporto che gli uomini hanno con il mondo delle Cose che solo la psicanalisi può banalizzare. La sordida etichetta del feticismo rispecchia soltanto una parte piccolissima, e tutto sommato la meno interessante, di questo rapporto.
Gli artisti, gli oggetti, tendono spesso all'accumulo di quanto riescono a trovare anche fortuitamente, sono dei raccoglitori di forme. Non sempre intrattengono con loro rapporti duraturi e quasi mai si tratta di qualcosa al limite della malattia, a meno che non vogliamo considerare l'amore un modo distorto di vivere la realtà. Gli oggetti fanno parte integrante della nostra vita, ci fanno compagnia, resistono all'usura del tempo più dei sentimenti stessi: perché non è possibile voler loro bene come costituenti di quell'universo che ci tocca vivere nella nostra fuggente eternità? E in più rispetto agli altri esseri umani, gli artisti che hanno una sensibilità non comune, hanno sempre visto l'aspetto affascinante delle cose. La loro forma, ciò che esprimono, il loro uso e le tracce su di loro, sono le componenti di un rapporto che non si può esaurire nella mera funzionalità. Questo atteggiamento fa parte di una sensibilità del secolo, di questo spirante secolo, che non è più vincolata alle leggi del valore e del collezionismo, ma soltanto a quella del gusto, che sfugge a qualsiasi determinazione venale o mercantile. Più la società diventa immateriale nelle sue forme di rappresentazione e comunicazione, e tanto più l'oggetto assurne una sua definizione concreta, tattile, a tratti consolatoria. Qualcosa del genere accade con i quadri di Mirella Brugnerotto, in quanto l'artista applica alle Cose che l'interessano e verso le quali si sente disponibile e attratta, una tecnica puntuale e precisa quasi si trattasse (e parzialmente lo è) di ritratti dal vero. Ricordo che già Magritte dichiarò la sua straordinaria attrazione per gli oggetti. Quello che affascinava il surrealista belga consisteva proprio nel mistero che è celato nelle cose, quel loro aspettare pazienti l'intervento di qualcosa o qualcuno. Il loro silenzioso porsi al limite del mondo degli uomini, aspettando quasi di ricevere un senso proprio dall'essere scelti, dal diventare variabili di una funzione sconosciuta. Questo enigma Mirella lo moltiplica, lo compone in una minuziosa complessità. Ingrandisce, miscela, scompone l'immagine alla ricerca quasi di un punto di vista definitivo e conclusivo. Non vuole in nessun modo dare all'oggetto, anche a quelli di consumo più classici (si può dire così?), quell'assolutezza metafisica che glorifica l'esistente e traspone alla fine la poetica del ready-made. L' elemento dinamico nei suoi quadri è parte consistente di una visone oggettuale che non vuole registrare, ma rappresentare. Per questo l'elemento grafico intenso fa scaturire un forte coinvolgimento dello spettatore, che viene posto di fronte al problema di situarsi rispetto alla visione dell'opera. Anche perché la sensazione è proprio quella di essere aggrediti dal movimento degli oggetti, un'aggressione senza angoscia, quasi felice, ma che lascia aperti gli interrogativi sul nostro ruolo e su quanto sta accadendo fuori dalla cornice dell'opera. La ribellione delle Cose e un tema che appartiene già alla sensibilità delle avanguardie storiche. Lo stesso senso dell'accumulo, dell'esorbitante proliferazione degli oggetti all'interno di una società che può solo continuare a produrre per sopravvivere, è stato un tema trattato ben prima della metafisica di certa Pop americana. D'altra parte anche un tema dell'arte classica come la natura morta aveva da un lato la funzione di rappresentare la vanitas che accompagna la nostra esistenza, dall'altro di verificare la sontuosità del mondo e delle forme immobili. Questo tema del tempo e ben presente nelle opere di Mirella perché risulta evidente che l'implosione temporale fa sì che l'accelerazione del tempo porta ad una scansione più rapida del ciclo vita e morte, della dimenticanza e del ricordo. Per questo tutti i quadri dedicati ai nostri muti compagni di viaggio, finiscono per diventare documenti di cose che furono. Se la natura morta voleva ricordare un senso del tempo che ci abbandona, le immagini di oggetti contemporanei non possono più avere questo valore simbolico. Anzi, il valore è invertito, diventano segnali di una società fondata sulla contemporaneità, sul tempo reale. Ogni sottrazione al flusso temporale diventa esclusione, scansione di una morte per esclusione e non per superamento. Allora si comprende come la velocità che Mirella esprime con incisività e chiarezza, non è una velocità positiva e futurista derivata dall'ottimismo ottocentesco, per una scienza che progredisce all'infinito trascinandosi dietro un'umanità sempre più felice. La rappresentazione dinamica è la traduzione di un movimento esplosivo che preannuncia quello che potrà accadere nella realtà, un'inarrestabile fall out a cui non ci si potrà sottrarre. Qualcosa di simile alla scena finale del film di Antonioni 'Zabriskie point".


Valerio Dehò


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